[Intervista] Vincent Cavanagh – Anathema

Oltre 20 anni di carriera, dieci dischi in studio, una carrellata di ep, live-album, una presenza sui palchi di mezzo mondo che non ha subito alcuna sosta, nemmeno nel lungo periodo di attesa tra “A Natural Disaster” (2003) e “We’re Here Because We’re Here” (2010). A fronte di questi dati, qualsiasi introduzione è pressoché inutile, sostanzialmente: lo è sia per chi conosce la band a menadito, sia per chi invece è caldamente invitato a ripercorrerne l’evoluzione sin dagli albori metallici, fino ad approdare a ciò che gli Anathema sono ora, una rock band a cui l’etichetta pinkfloydiana, sommario tentativo di identificazione sonora, è sempre andata stretta.

Quattro lustri trascorsi a scavare nell’anima dei propri fan hanno dato i loro frutti, indubbiamente, e il mio interlocutore, il chitarrista e cantante Vincent Cavanagh (uno dei tre fratelli del gruppo, insieme al chitarrista/tastierista/compositore principale Danny e al bassista Jamie), lo sa bene, e lo dirà chiaro più avanti: bando ai detrattori, perché preoccuparsi di chi ci ignora o di chi non ha saputo apprezzare il nostro cambiamento stilistico? Lontano dai fasti e dalle atmosfere gothic/doom, oggi il sestetto anglosassone (ok, trattasi di un 5+1 per chi volesse rimarcare la provenienza portoghese del nuovo innesto Daniel Cardoso) prosegue imperterrito in una ricerca musicale dal contenuto sintetizzabile in tre semplici lemmi, che come scoprirete più avanti non sono scelti a caso: Faith, Hope, Love. Fede, Speranza, Amore. Questa, a mio avviso, è l’essenza degli Anathema oggi e del loro “Distant Satellites”. Prendere o lasciare.

Anathema - Distant Satellites

Anathema – Distant Satellites

Partiamo subito con il nuovo disco, e in particolare con l’ultima parte di esso: forse un po’ inusuale per i vostri standard, anche se qualche nuovo ingrediente lo avevate già dosato in precedenza.
Suppongo di sì, ma per noi non c’è nulla di inusuale in tutto ciò. Credo che ora come ora chi ci ascolta abbia imparato ad aspettarsi l’inaspettabile da noi, questo è quello che conta. Se segui una band con passione è perché quella band sa come stuzzicare la tua attenzione.

È per questo motivo che mi piacciono gli Opeth, ad esempio.
Già, non hanno alcun timore di esprimersi ogni volta in maniera differente, così come fanno i Radiohead o Steven Wilson. Artisti del genere ci sono sempre stati, prendi ad esempio i Beatles o i Pink Floyd… me ne rendo conto, stiamo facendo nomi grossi: immagina quindi quale pressione potessero sentirsi addosso quando si trattò di pubblicare un altro “Dark Side of the Moon”, un “White Album” o un “OK Computer”, ma tutti loro hanno deciso di evolvere secondo una loro strada. Per un vero artista è molto più importante seguire un percorso personale piuttosto che rispondere alle esigenze del pubblico.

Ma tra questo pubblico c’è sempre, inevitabilmente, un nocciolo hardcore, raramente disposto a scendere a compromessi, e gli Anathema non ne sono esenti.
Vero, ma c’è anche chi ci segue dai nostri primissimi esordi, così come chi ha deciso di lasciarci già dal nostro secondo album (“The Silent Enigma”, 1995), quello in cui ho esordito come cantante. A mio parere, ma è opinione diffusa anche nel resto del gruppo, il più grosso step evolutivo degli Anathema è avvenuto tra “Eternity” e “Alternative 4”. In quel momento ci siamo trasformati in una rock band, con uno stile più asciutto e diretto.

Suppongo un ringraziamento a Duncan (Patterson, ex-bassista) sia dovuto in questo caso.
Sì, e a noi stessi anche. Duncan non ha scritto “Inner Silence”, ad esempio.

Intervento infelice forse quello relativo a Duncan, a cui però Vincent non può aggiungere molto altro. Mr. Patterson fu a tutti gli effetti sommo artefice della metamorfosi artistica del gruppo. Altrettando fuor di dubbio è che la fetta hardcore dei sostenitori si faccia notare per un particolare attaccamento a determinate release e line-up, e non perda occasione per far sentire la propria voce sui vari social media offerti da internet.
Gli Anathema sono una band che segue un cammino suo, e se qualcuno non se la sente di seguirci non è in alcun modo tenuto a farlo. A noi va benissimo così! Non sono interessato a cosa pensano i nostri detrattori; certo, è bello sapere che in molti apprezzano il nostro operato, ma i loro pensieri non influiscono per nulla sul modo in cui percepisco e compongo nuova musica. Non saranno le critiche a determinare la rotta che intraprenderemo in futuro.

A volte, pur essendo ininfluente il riscontro popolare, può esserlo quello di etichette e produttori.
Capisco ciò che intendi, e non posso fare a meno di pensare nuovamente ai Radiohead subito dopo la pubblicazione di “OK Computer”. Immagina quanto potesse essere l’attesa da parte di chiunque di un seguito a quel disco: fecero ciò che nessuno si aspettava, pubblicando “Kid A”, un disco geniale, uno dei migliori che abbiano mai realizzato, ma del tutto diverso dal precedente. Gli Anathema funzionano esattamente allo stesso modo. Sta poi a te decidere se vuoi continuare a seguirci oppure no, e se scegli di non farlo, perfetto, a noi va benissimo anche così. I don’t mind, I don’t care. Ciò che davvero mi interessa è che vi siano persone che invece colgono l’essenza del nostro operato, e che sanno catturare l’intensità che sta dietro a questa band, ai nostri concerti, al nostro songwriting. È una sensazione forte, così come lo è il legame, estremamente importante, che unisce noi e queste persone. [Rivolgendosi al sottoscritto] Come tu sai bene, del resto, sono anni che ti vedo tra le prime file sotto al palco, e ne conosco parecchi come te. Le nostre canzoni sono vere, e lo sono le esperienze che ci hanno portato a scriverle. That shit was real. Il nostro obiettivo è raggiunto quando il nostro messaggio è reso proprio da chi ci ascolta, credo sia questo un fatto ben più profondo di quanto comunemente accada con altre band. Io stesso sento di avere un legame forte con alcune formazioni in particolare, gruppi i cui testi hanno un particolare significato per me, che avrei voluto scrivere io stesso in quanto sembrano descrivere alla perfezione la mia vita. Ce ne sono molte a dire il vero, conosciute in tutti questi anni: sono quei gruppi che davvero significano qualcosa per te, che andrai sempre a vedere in concerto e che, in definitiva, ti porterai nella tomba!

King's X - Faith Hope Love

King’s X – Faith Hope Love

Un esempio in particolare?
[Senza esitazione alcuna] King’s X. Avrei potuto citare i Beatles o un sacco di altri nomi, ma i King’s X, alcuni dei loro testi… penso a canzoni come “Legal Kill”, “Faith, Hope, Love”, “Pleiades”… e c’è un pezzo intitolato “Dream in My Life”, ricordo ancora quando lo feci ascoltare agli altri ragazzi mentre eravamo in tour da qualche parte, ventenni o poco più: c’era anche Jamie, dall’espressione che fece mentre ascoltava quel brano compresi che ci eravamo intesi al volo: non a caso, i testi trattano di fratellanza e comprensione.

In molti hanno puntato il dito contro l’aspetto marcatamente religioso dei loro lavori.
Probabile, ma non è per questo che mi piacciono, non sono una persona religiosa. Credo comunque che la loro sia una fede che non veste alcuna bandiera, hanno una spiritualità molto sentita e perciò li ritengo fondamentali. Se poi vogliamo andare ancor più in profondità, per me Bob Dylan non ha assolutamente rivali. Quanti milioni di milioni di persone ha influenzato la sua musica? È probabilmente il musicista più importante del ventesimo secolo, molto più di Elvis, Lennon o chiunque altro.

A metà intervista la discussione vira nuovamente sul nuovo album, “Distant Satellites”, che prende titolo da una personale visione di John [Douglas, batterista che da quest’anno estende i propri compiti all’uso di tastiere, sintetizzatori e drum machine] riguardo agli individui, visti come satelliti distanti l’uno dall’altro, ciascuno impegnato a percorrere da solo la propria strana orbita. Possiamo considerare questo il tema attorno al quale ruotano tutti i testi del disco, anche se singolarmente ogni canzone è stata scritta senza doversi attenere ad uno specifico argomento.

Sempre che non si stia esagerando, John Douglas mi sembra l’equivalente di George Harrison nei Beatles. Un personaggio silenzioso e in sordina, che offre pochi ma meravigliosi contributi, album dopo album.
Vero, come nel caso di “Within You, Without You” da “Sgt. Pepper’s”. Quanto è intensa quella canzone! Su “Distant…” John ha scritto la title-track insieme a me, i testi sono suoi e la musica è di entrambi.

Suppongo siate tornati in Norvegia per registrare “Distant Satellites”, come già anticipavi ai tempi di “Weather Systems”.
Sì, ci siamo stati per due sessioni distinte, tre settimane a dicembre [2013] e altre tre/quattro tra gennaio e febbraio, appena prima di andare in tour in America. Dovevamo terminare i lavori in tempo, in circostanze non facili, dato che Christer[-André Cederberg, l’ingegnere del suono] ha sofferto di gravi problemi alla schiena, tanto che lo hanno dovuto operare, e questo lo ha messo fuori gioco per diverso tempo. La buona notizia è che oggi versa in buone condizioni, ma in quel periodo non ebbe modo di portare a termine il missaggio del disco; per gli ultimi due brani ci siamo nuovamente affidati a Steven Wilson, che fortunatamente era disponibile. È stata comunque una gara contro il tempo: mentre ci trovavamo in tour negli Stati Uniti, ovunque avessimo un minimo di segnale wi-fi a disposizione, ci collegavamo per poter inviare a Steven i file su cui avrebbe dovuto lavorare via mail o tramite Skype. Non abbiamo dormito molto in quei giorni, anche per via dello stress accumulato. Avremmo potuto restare da soli in studio in Norvegia a terminare da soli il mix di “Distant Satellites”, ma abbiamo scelto la strada più dura!

Si trattava forse del vostro primo tour oltreoceano.
Secondo, per la precisione. Il primo fu lo scorso settembre, da co-headliner con Alcest, un’esperienza meravigliosa, mentre in quest’ultimo suonavamo di supporto ai finlandesi H.I.M. In precedenza ci fu qualche comparsata acustica mia e di Danny in apertura ai Blackfield, e prima ancora un solo concerto al Milwaukee Metalfest… nel 2000! Abbiamo ora scoperto che c’è un pubblico che ci attende anche lì, suonare davanti a un tutto esaurito a New York non è cosa da tutti i giorni; è stato incredibile, totalmente inaspettato da parte nostra.

Parliamo dell’ultima parte del disco, quella che potremmo superficialmente definire elettronica, nonché la più anomala e – sicuramente per molti – indigesta.
“Distant Satellites”, la canzone, fu concepita sin dall’inizio come un brano del genere, e risale addirittura alla fine degli anni ’90, solo che non siamo mai riusciti a terminarla, nessuna delle versioni che abbiamo elaborato negli anni ci ha veramente soddisfatto; avremmo potuto includerla in “Judgement”, altrimenti. Lo scorso dicembre ci ho provato per l’ennesima volta, nel mio studio, ma ancora qualcosa non andava. A gennaio ho chiamato John e gli ho detto di raggiungermi immediatamente: dovevamo capire cosa non funzionasse una volta per tutte. Mi rispose: ok, prenotami un volo e ci sono. Il giorno dopo eravamo già in studio al lavoro, siamo ripartiti da capo e la mattina seguente il pezzo era completato.
“In Parallel” è un altro pezzo composto allo stesso modo, risale al 2005 credo. Scusa, volevo dire “Take Shelter” [l’ultima traccia dell’album], quello che ho citato è il titolo che aveva in precedenza. E così anche “You’re not Alone”, è materiale originato anni fa ma che ha avuto una lunga gestazione. Ascolto musica elettronica da anni ormai, grazie a Duncan ma anche alle persone che ci circondavano in studio mentre registravamo: Aphex Twin, The Future Sound of London… “Come to Daddy” (1997) per me fu molto più devastante di qualsiasi altra cosa partorita in ambito metal all’epoca.
Anche John come puoi ben immaginare ascolta questo genere di musica da che era ventenne o poco più. Dal 2009, mentre procedevano i lavori di “We’re Here Because We’re Here”, io e lui abbiamo inaugurato uno studio casalingo, dove ci possiamo sbizzarrire. In precedenza avevo solo una chitarra e un registratore a nastro; ora posso invece liberare la mia creatività e comporre la mia musica.

Non mi è del tutto chiaro se Jamie [Cavanagh, bassista] faccia ancora parte del gruppo oppure no.
Sì, in sostanza siamo sempre noi con l’aggiunta ufficiale di Daniel Cardoso. Inizialmente era un rimpiazzo alle tastiere [al posto del defezionario Les Smith], ma ora lo impieghiamo per ciò che sa fare meglio: il batterista! Ha un talento incredibile: è in grado di suonare il piano, così come chitarra e basso, ma dietro le pelli è fantastico! John si occuperà di percussioni, sintetizzatori e altre diavolerie elettroniche; comunque dobbiamo ancora capire come sviluppare per bene questo aspetto.

Solo una data italiana è confermata per ora.
Sì, il prossimo 6 ottobre a Milano. Il perché sia soltanto una non so dirtelo, non è competenza mia ma dei manager e delle agenzie di booking. Coinciderà con il compleanno di Danny, perciò sarà comunque una gran bella festa! Il pubblico italiano canta i nostri pezzi come nessun altro, e con questi nuovi brani che si aggiungono in scaletta ce la possiamo giocare ancor più di prima, potendo scegliere tra ben dieci album.

Daniel e Vincent Cavanagh in concerto alla Union Chapel, Londra, UK - 16 novembre 2012

Daniel e Vincent Cavanagh in concerto alla Union Chapel, Londra, UK – 16 novembre 2012

Personalmente non sopporto chi, a fronte di una nutrita discografia, si limita a suonare poco più di un’ora anche da headliner. Un esempio fra tutti: i Paradise Lost, che pur potendo contare su 13 release e almeno 150 canzoni tra cui scegliere, limitano i propri show a dei canonici 75 minuti, quando potrebbero tranquillamente sforare il tetto delle due ore, almeno sulla carta.
Capisco, e posso dirti ciò che faremo noi: prepareremo un lotto di 40-45 pezzi, che possiamo inserire o rimuovere dalla scaletta giorno dopo giorno, e con quelle costruiremo uno spettacolo diverso ogni sera. Richiederà una preparazione non indifferente, ma tale saranno anche le soddisfazioni.

Anche per gli Anathema suonare dal vivo il più possibile è l’unico modo per poter sopravvivere senza patire la fame?
Non credo sai, direi piuttosto che la forte enfasi verso i live show di questi anni può essere vista come parte di un processo evolutivo del panorama musicale. Con l’avvento del digitale è forse inevitabile che questo aspetto sia diventato sempre più importante, sia per l’artista che per il pubblico. Noi sapevamo fin dal principio che non avremmo potuto ignorare l’aspetto concertistico, infatti il nostro rapporto con i fan è davvero speciale.

A fronte di una carriera di quasi 25 anni, ci sono ancora nuovi traguardi che senti di voler raggiungere?
25? Direi piuttosto 21, considerato che il nostro primo LP è uscito nel ’93… in realtà lo dico per non sembrare troppo vecchio! Indubbiamente ci sono territori musicali che non abbiamo ancora battuto, idee che già abbiamo e che prima o poi sfoceranno, in un modo o nell’altro, così come è successo per “Distant Satellites”: si tratta solo di attendere il momento giusto!

LE STAGIONI DELLA LUNA – Gli Opeth dal death al prog

Eugenio Crippa / Filippo Pagani - Le Stagioni della Luna - Gli Opeth dal death al prog

Dal 30 aprile è disponibile una biografia tutta italiana, edita da Tsunami Edizioni (con sede a Milano, specializzata in pubblicazioni di stampo hard rock/heavy metal), dedicata agli Opeth, osannata realtà musicale e oggi imprescindibile punto di riferimento nel panorama metal, progressive e non solo.

“Le Stagioni della Luna – gli Opeth dal death al prog” vanta 352 pagine (formato 16x23cm) che ripercorrono in forma dettagliata e scrupolosa la storia di questa eccezionale band svedese, dalle origini alle ultime novità relative all’imminente 11° album “Pale Communion” previsto per giugno. Appassionata e ricca di aneddoti, realizzata passando al setaccio innumerevoli articoli recuperati da riviste e fanzine o da noi stessi redatti negli anni passati, questa biografia è stata compilata con il prezioso aiuto di componenti attuali e passati degli Opeth, e con un buon contributo di personalità italiane e straniere che nel corso delle stagioni hanno avuto modo di interagire professionalmente con i ragazzi di Stoccolma.

Il libro è caratterizzato da un nutrito apparato iconografico, in un fascinoso bianco e nero, costituito da foto e documentazioni in gran parte esclusive, collezionate dai due autori in anni di affannose ricerche nel mercato collezionistico, dozzine di concerti tenuti sul suolo europeo, interviste e studio-report.

***

Qui è possibile acquistare copie autografate dagli autori, con l’aggiunta di tagliandi originali di due concerti dello scorso decennio (21 novembre 2001 e 17 febbraio 2003, entrambi al Transilvania Live di Milano – si vedano le foto qui di seguito).

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Eugenio Crippa / Filippo Pagani - Le Stagioni della Luna - Gli Opeth dal death al prog
Eugenio Crippa / Filippo Pagani - Le Stagioni della Luna - Gli Opeth dal death al prog
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Transatlantic, Alcatraz, Milano, 02.03.2014

Transatlantic, Alcatraz, Milano, 02.03.2014

Prendi un nome, Transatlantic, ruba una scaletta del concerto dalla rete, et voilà, ecco servita la recensione di uno qualsiasi degli show di questo super-gruppo progressivo. Nessuna offesa, sia chiaro, ma è pur vero che dagli artisti che cavalcano l’onda del prog-revival si sa quasi sempre cosa aspettarsi. Ma si sa anche che è dal vivo che formazioni del genere possono esprimersi al meglio, libere da ‘formalità da studio’ che per forza di cose confinano gli spettri sonori delle composizioni a un freddo supporto, sia esso fisico o virtuale.

Due sono i principali pregi dei Transatlantic: l’essere stati in grado di trovare un’alchimia perfetta tra i quattro componenti del gruppo e saperla riproporre dal vivo con una sorprendente capacità di intrattenimento, tale da non far pesare minimamente le quasi tre ore di show. Non che la band si sia esibita in pirotecnicismi particolari, anzi la ringraziamo per aver del tutto snobbato tediose parentesi soliste della serie ‘ora vi facciamo vedere quanto ce l’ha lungo Mr. X’. La chiave del successo è tutta nella limpida, trasparente gioia che Neal Morse, Roine Stolt, Pete Trewavas e Mike Portnoy riversano a ondate sul pubblico mentre suonano partiture tutt’altro che semplici. L’ex-Dream Theater lo si vede particolarmente euforico, mentre all’estremo opposto del palco il discepolo Morse tende costantemente una mano verso il cielo, imitato da un ristretto gruppo di fan accaniti.
Ad accompagnarli è Ted Leonard, cantante e chitarrista degli Enchant e dal 2011 ufficialmente perte degli Spock’s Beard, a sostituire un Daniel Gildenlöw (Pain of Salvation) attualmente ricoverato in ospedale per via di una grave infezione batterica. Gli auguriamo tutto il bene possibile, e che sia in grado di riprendersi in tempo per accompagnare Stolt e i suoi Flower Kings nell’imminente tour europeo di aprile/maggio, previsto in Italia per un’unica data presso il Bloom di Mezzago (MB).

  • transatlantic @ alcatraz, milano
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Setlist:
Into the Blue
My New World
Shine
Whirlwind Medley
(Stolt/Morse guitar duet)
We All Need Some Light
Black as the Sky
Beyond the Sun
Kaleidoscope

Encore:
All of the Above
Stranger in your Soul

Jonathan Wilson, Carroponte, Sesto San Giovanni, 22.07.2013

  • jonathan wilson (and band) @ carroponte
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[Intervista] Giancarlo Erra – NoSound

Spesso oscurati, almeno in patria, dall’ombra dei loro – in parte – ispiratori, i Porcupine Tree, e soprattutto dai giudizi ‘esterofili’ del pubblico italiano (di cui verrà discusso più avanti), i Nosound di Giancarlo Erra non a caso hanno trovato linfa vitale proprio in Gran Bretagna, dove ha sede la loro attuale etichetta Kscope, il cui roster, piaccia o meno, null’altro è che la definizione del sound del progressive rock moderno. Quanto segue è il risultato di un’intervista via mail realizzata proprio a ridosso della data di pubblicazione del nuovo “Afterthoughts”, in cui Giancarlo, libero dai limiti di tempo solitamente imposti da un incontro face-to-face, ha potuto liberamente dilungarsi sulla natura del progetto Nosound e molto altro.

Giancarlo Erra / Nosound

Dato che è appena stato pubblicato il vostro nuovo album “Afterthoughts”, ti chiedo subito: quali sono i ‘ripensamenti’ a cui fa riferimento il titolo?
Ciao Eugenio, e innanzitutto grazie per questo spazio ed un saluto a tutti i lettori!
Tutti i testi degli album dei Nosound sono sempre direttamente autobiografici, e di solito non amo scendere nei dettagli e personalizzarli. Quando scrivo lo faccio soprattutto per me, un modo per ammettere a me stesso cose magari difficili, o a volte proprio per tirar fuori cose che altrimenti non saprei come o non avrei la forza di affrontare.
Il messaggio generale di questo album è che i ripensamenti non vanno intesi come un vivere nel passato, ma piuttosto quanto un vivere e capire il presente, magari imparando dal passato, o semplicemente accettando come esso abbia cambiato il corso degli eventi, noi stessi… o forse di come, in verità, il tempo cambia ed il mondo anche, ma noi rimaniamo sempre gli stessi. Mi occupo spesso nei miei testi dei rapporti con il passato, in questo album mi sono ritrovato (proprio come fase di vita) a confrontarmi con una maggior maturità, con la consapevolezza del presente e quindi nell’accettare il passato nel mio presente piuttosto che vivere sempre guardando indietro. Può sembrare un disco negativo, mentre leggendo bene si capisce che proprio attraverso questi pensieri è in verità un inno alla vita ed al presente, qualsiasi esso sia.

Nosound Afterthoughts

Afterthoughts (2013)

L’album sviluppa una tematica precisa, oppure ogni singolo brano va preso a sé stante?
Diciamo che non ho mai volutamente scrivere album tematici, ma credo ci sia comunque un legame insito tra i brani di ogni album. Dato che, come già detto, i testi sono sempre autobiografici, io anziché forzare o allenare periodi di scrittura o sessioni in studio, aspetto e lascio fluire l’ispirazione come e quando (e se!) arriva. Tipicamente con me funziona ad ondate, a periodi di alcuni mesi, e ciò che finisce in un album tipicamente è il risultato di uno di questi periodi di scrittura. Il materiale assume quindi quasi ‘naturalmente’ una coerenza sonora, ed allo stesso momento una certa coerenza tematica perché derivante probabilmente da un certo periodo di vita.
Anche se oggi sembra esserci una sorta di gara al voler essere diversi, sempre in corsa, quasi a considerare il cambiamento in sé come qualità o valore, io al contrario, da ascoltatore di musica e quindi da artista, apprezzo e credo abbiano un qualcosa in più quei lavori che rimangono 100% lontani dalla programmazione, da un voler indirizzare, e che quindi mantengono in sé una certa coerenza… cambiare è facile, cambiare nella coerenza è difficile ed è quello che spero di fare con Nosound.

Qual è il significato della copertina del disco? C’è una scelta precisa che ha portato a scegliere proprio quella foto?
Mi occupo in prima persona della fotografia, del design cosi come dei video e di tutta la parte grafica, alla quale tengo molto in quanto parte integrante del prodotto artistico. Credo scattai quella foto alcuni fa in Centro Storico a Roma, in un posto affollato dove per qualche motivo ad un certo punto questa donna era comunque isolata nei suoi pensieri… era un’immagine forte che mi era rimasta in mente. Quando le canzoni dell’album si sono delineate mi è venuta immediatamente in mente quella foto e quindi l’ho usata. Il resto dell’artwork del libretto sono altre mie foto tutte scelte per accompagnare l’ascoltatore, per essere la parte ‘visuale’ della musica.

Vi sono dei brani di “Afterthoughts” a cui sei più legato di altri? Se sì, quali e perché?
Credo di essere legato a tutti i brani per diversi motivi. Il mio preferito, dovessi scegliere, sarebbe “Afterthought”, la traccia di chiusura: uno di quei pezzi diretti, scritti e finiti in un’ora, una via di mezzo tra una consolazione ed una ammissione di sconfitta: al momento forse lo considero uno dei miei pezzi migliori!
C’è poi “Wherever You Are” che contiene forse il testo più positivo mai scritto per Nosound, c’è la storia di “Two Monkeys”, o la parte in italiano di “Paralysed”… insomma, potrei finire elencando un po’ tutti i brani dal disco!

La versione strumentale dell’album era già stata prevista inizialmente, oppure si è trattato del modo migliore per disporre di un’edizione speciale del disco (sappiamo entrambi che la Kscope è maestra in questo, probabilmente non c’è una loro release che non sia stata pubblicata in almeno due versioni diverse)?
In verità l’idea di questa musica come anche strumentale era nata con il precedente disco “A Sense Of Loss”, anche se poi per motivi pratici non è stata realizzata. Per questa release abbiamo pensato invece di aggiungere questo disco extra con i primi preordini, anche per dare un qualcosa di speciale ai fan più fedeli che ci supportano preordinando subito. Credo che in qualche modo, più avanti, le versioni strumentali saranno in vendita, magari in formato digitale (esistono anche in versione Dolby surround, così come il disco vero e proprio).
Sicuramente Kscope è maestra nel valorizzare l’oggetto fisico, e credo che sia il modo giusto di farlo oggi, quando la musica si usufruisce comunque digitalmente e poi viene comprata ‘fisicamente’ dall’appassionato, che quindi merita e vuole un package che sia curato come la musica e non un case di plastica o ancora peggio delle copertine o artwork messi lì senza un legame con il disco.

Inizialmente NoSound rappresentava più una ‘one-man band’ piuttosto che un gruppo vero e proprio. Ad oggi, quanto è stabile la line-up della band, considerato anche che ti sei trasferito a Londra?
Il trasferimento in UK è stato ciò che mi ha consentito di dedicare il mio tempo al progetto Nosound ed alla mia carriera musicale, dunque alla fin fine ha portato molti più vantaggi che svantaggi (la delocalizzazione della band in diversi posti, ad esempio). Sicuramente ad oggi Nosound è un progetto di band, in fondo la musica da sempre è stata scritta per una band, sin dal primo album, per cui credo fosse una evoluzione inevitabile. Durante le registrazioni di “Afterthoughts” ci sono stati un paio di cambi che hanno portato nuovo entusiasmo e linfa vitale, ma devo dire sono stato sempre molto fortunato nel trovare persone, amici e musicisti professionisti allo stesso tempo, con la volontà di voler entrare nel mio mondo musicale senza volerlo distorcere o modificare, ma volendo contribuire ad esso con qualcosa di loro. Soprattutto il nuovo album è frutto dell’entusiasmo e del lavoro del gruppo, in studio ed anche fuori, perché quando si cerca di far arte insieme ancor prima della bravura sugli strumenti ci vuole affiatamento ed entusiasmo condivisi, ed in questo momento credo siamo in un picco di ispirazione ed intesa che mai ho provato prima.
Con Paolo Vigliarolo (chitarre) ed Alessandro Luci (basso) suoniamo nei Nosound da tantissimi anni ormai, e si sono uniti a noi Marco Berni (tastiere) e Giulio Caneponi (batteria), piu’ la nostra Marianne al violoncello con cui lavoriamo dai tempi di Lightdark, e poi ovviamente l’ospite di eccezione alla batteria, Chris Maitland!

Nosound - Sol29 (2005)

Nosound – Sol29 (2005)

Quando e come hai conosciuto Chris Maitland e Tim Bowness? Come sono nate le collaborazioni con loro? Sei stato tu a chiederglielo, oppure loro, conoscendo già la tua musica, si sono proposti per primi?
Li ho conosciuti grazie ai primi dischi Nosound, che hanno ricevuto da subito una grande attenzione e sono quindi arrivati anche a loro. Negli anni con Tim abbiamo collaborato a Nosound nel brano “Someone Starts To Fade Away” e con il brano “Beautiful Songs You Should Know” apparso su “Schoolyard Ghosts” dei No-Man. Dopo circa 4 anni di collaborazione insieme abbiamo anche fondato il progetto Memories Of Machines, con il primo album “Warm Winter” che ha visto collaborazioni importanti quali Robert Fripp, Steven Wilson, Peter Hammill e vari altri.
Chris aveva ricevuto il primo disco “Sol29″ e gli era piaciuto; visto anche il suo lavoro come batterista per un musical è stato in giro per molti anni, ma ci siamo tenuti in contatto, e per il nuovo album gli avevo chiesto se voleva partecipare ad uno o due pezzi. Lui ha accettato, visto che la musica gli era piaciuta; poi per caso poco dopo il nostro vecchio batterista ha deciso di prendere altre strade artistiche, e quindi ho chiesto a Chris di dare una sua impronta più marcata sul nuovo album, e suonare tutti i brani: a lui era piaciuta molto la musica dei demo per cui ha accettato, ci siamo visti un po’ di volte qui ed in Italia, e poi abbiamo registrato a Londra.

A proposito di Londra: uno dei più grossi difetti italiani è la cosiddetta ‘esterofilia’, in quanto si tende ad avere scarso interesse e considerazione verso ciò che viene prodotto in casa. Ritieni che questo abbia influito sul successo della musica dei NoSound? Quanto ha pesato il fatto che in molti vi considerassero dei semplici cloni dei Porcupine Tree?
Onestamente non mi ha mai preoccupato chi ci considerava o ci considera semplici cloni di questa o quella band, vuol dire semplicemente non voler vedere le cose con una prospettiva più approfondita: ad esempio, i primi Porcupine Tree seguivano le stesse ispirazioni che noi seguiamo, per cui il risultato è necessariamente simile, pur se con le dovute differenze. Dopo di che loro hanno costruito il loro sound sul ‘prog-metal’, mentre nei Nosound da sempre c’è un fortissimo elemento post-rock completamente assente nei Porcupine Tree, e credo siano due cose molto diverse. In ogni caso, essendo ovviamente una band di altissimo valore, c’è poco da offendersi o preoccuparsi… mi sarei onestamente offeso di più se mi avessero detto che eravamo una copia dei Negramaro!
Non sono convinto che il vero problema italiano sia l’esterofilia; credo sia più il fatto che chi dovrebbe aiutare, sviluppare, promuovere e diffondere la musica ‘altra’ non ha la cultura o la voglia di farlo, e di conseguenza l’ascolto medio è molto omologato con ciò che passa la radio commerciale, e le nostre radio commerciali sono molto provinciali. Personalmente, dopo le prime esperienze, da gruppo in partenza, con alcune label e realtà italiane, ho deciso di saltare completamente l’Italia sin dal 2005: troppo tempo e risorse sprecate, mentre invece la vera sfida è il mercato internazionale, dove è più difficile ma con il lavoro duro (e se c’è qualità) si va avanti, senza spinte e senza conoscenze. Ed infatti, mentre in Italia mi chiedevano 10 copie in conto vendita, io ne vendevo 10 ogni giorno dal nostro sito via Paypal e spedendole da casa mia, e mi arrivavano ordini da altri distributori/negozi indipendenti in Germania, Olanda, Polonia, Inghilterra, non di 10 ma di 200 o 500 copie, tutte pagate in anticipo ed incluse le spese di spedizione… e questo la dice lunga, noi realtà italiana che come sempre (oggi tema particolarmente caldo) deve andare via per trovare il giusto spazio.
Ovviamente poi il fatto che l’Italia allo stesso tempo fosse il bacino di lancio per tanti gruppi esteri è invece ciò di cui purtroppo parli te, l’esterofilia che non ci permette di guardare ai talenti che abbiamo in casa ed a valorizzarli… noi ora stiamo lentamente suscitando interesse anche in Italia, il che ci onora, ma solo dopo aver costruito in anni un nome ed una carriera all’estero.

E alla luce di questo, quanto è cambiata la situazione dopo la firma del contratto con la Kscope?
In termini di lavoro non molto… al mondo di oggi le band ed i musicisti sono comunque molto manager di sé stessi, bisogna lavorare sodo ed essere con Kscope significa una responsabilità ancor maggiore e quindi ancor più lavoro. In generale ovviamente la situazione è cambiata perché la visibilità è diversa quando c’è un nome cosi importante, ed è molto stimolante poter lavorare con questi artisti, anche se in un certo senso ci lavoravamo anche da prima. Far parte di Kscope è un onore, ma sicuramente richiede un enorme lavoro per arrivarci e quindi uno sforzo ancor più grande poi per continuare ad evolvere la propria carriera.

Avendo vissuto entrambe le realtà, da cosa sei rimasto colpito una volta entrato a far parte della – se così possiamo chiamarla – ‘scena londinese’? Si tratta di una realtà idilliaca e perfetta, come in molti immaginano da fuori, oppure è un ennesimo mito da sfatare?
Non so quanto facciamo realmente parte della scena Londinese (io inoltre ho deciso di vivere non a Londra ma nella campagna inglese, nel Norfolk, dove ho anche il mio studio). Sicuramente non esiste al mondo nessun posto perfetto ed idilliaco, in tal senso possiamo sfatare un mito!
Allo stesso tempo però devo ammettere chiaramente che se non mi fossi trasferito qui cambiando vita non avrei potuto fare tutto ciò. In Italia purtroppo soffriamo di un arretramento sociale e quindi culturale che si fa sempre più preoccupante e che da fuori è ancora più ovvio, mentre qui, con tutti i difetti che ci possono essere, se vali e ti dai da fare (e tocca darsi da fare parecchio e in modo costruttivo e pragmatico) ci sono le possibilità per sviluppare le proprie idee, i propri progetti, la propria persona, e con una qualità di vita quotidiano decisamente maggiore. Malgrado ovviamente manchi il nostro bel clima, il cibo o il modo di rapportarsi con le persone, qui c’è il rispetto delle regole, c’è il concetto di ‘Noi’, di etica ed educazione civica, c’è la prospettiva del futuro, c’è la netta percezione della possibilità di poter fare tutto, e credo sia ovviamente una cosa fondamentale molto più della pasta o del sole tutto l’anno!

Oggi l’attività dal vivo è fondamentale per tenere in vita una band, che a differenza del passato non può contare solo sulla vendita dei dischi per poter sopravvivere e garantirsi un futuro. Purtroppo i NoSound non hanno mai avuto occasione di suonare molto… vi sono delle ‘ragioni italiane’ anche dietro a questo? Quanto è realistica la possibilità che possiate imbarcarvi a breve in un tour europeo? In tal caso, mi auguro di vedervi presto su un palco…
Abbiamo piani per un tour europeo con il nuovo disco e stiamo solo aspettando di poter confermare il tutto! Abbiamo sempre suonato in un modo o nell’altro ed anche se poco sono sempre stati eventi importanti, per cui ora speriamo di poter suonare appunto ‘di più’. Onestamente la situazione per le band Kscope, e per le band come noi, è opposta: le band vivono delle vendite dei dischi, dei formati fisici curati e speciali, ed il suonare dal vivo è una promozione, un qualcosa in più che arriva solo dopo aver raggiunto certi numeri di vendita. Oggi per band non grandissime pensare di promuoversi o sopravvivere suonando come dei matti dal vivo è una cosa che vedo spesso in Italia ma che nessuno consiglierebbe mai qui ed io stesso sconsiglio sempre: ai concerti vanno sempre meno persone, e farli costa parecchio, per cui per garantire il pubblico bisogna vendere. È quasi scomparso il concetto di andare ai concerti per scoprire musica, la si scopre su Youtube, per cui ai concerti vengono i fan, tipicamente chi già conosce la tua musica, e quindi devi prima vendere.
Ovviamente per uno Sting o per gli U2 è il contrario perché loro vendono molto meno di prima (la gente scarica illegalmente) ma ai concerti le persone continuano ad andare e lì devono pagare, quindi per questi grandi nomi è fondamentale recuperare le perdite con i concerti. Ma per tutti gli altri il concetto è opposto. Basta vedere come anche Steven Wilson o i Marillion recentemente hanno pubblicato cose specifiche appunto per finanziare il tour, ammettendolo chiaramente e chiedendo in quel modo supporto ai fan.
Dunque vista l’attenzione che sta suscitando “Afterthoughts” e la campagna di preordini che sta andando molto bene, speriamo di annunciare molto presto anche noi un tour promozionale in Europa.

www.nosound.net
nosoundblogdiary.wordpress.com
www.kscopemusic.com/nosound/afterthoughts

Motorpsycho, Bloom, Mezzago, 07.05.2013

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Pain of Salvation + Anneke Van Giersbergen + Árstíðir, Magazzini Generali, Milano, 12.04.2013

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Quattro apparizioni in Italia in meno diciotto mesi: niente male per una band data praticamente per spacciata solo un paio di anni fa, a causa di importanti defezioni che hanno lasciato Daniel Gildenlöw unico discendente della line-up originale dei Pain of Salvation.Non staremo qui a disquisire dei vari cambi di personale all’interno della band – per quello c’è sempre wikipedia e la sua ottima timeline – né della recente svolta impressa alla musica dei Pain of Salvation dal loro creatore. È un dato di fatto che gli ultimi due “Road Salt” abbiano scosso i fan storici, quelli che spesso curiosamente si dichiarano di ampie vedute musicali, salvo poi non essere in grado di accettare un’evoluzione stilistica da parte dei propri gruppi preferiti; questa serata non è per loro, ma per chi invece – e sono comunque in pochi a presentarsi ai Magazzini Generali – di certi paraocchi non sa che farsene. Già qualcosa di simile a queste performance semi-acustiche era stato attuato tempo fa con l’album “12:5″, e si può dire che il riscontro finale sia stato più che positivo per la maggior parte degli spettatori.

Ciò che colpisce sin da subito è l’aspetto del palco su cui si alterneranno i vari musicisti, letteralmente arredato con mobili d’epoca e delimitato da tre pannelli tappezzati con una trama vintage. Gildenlöw è il primo a fare gli onori di casa, e mentre discute col pubblico si presentano on stage gli islandesi Árstíðir, che lo accompagnano mentre canta il brano “Road Salt”. La scena è quindi lasciata al sestetto, autore di un rock acustico che fa subito presa, del tutto privo di elementi percussivi ma impreziosito da violino e violoncello. A circa metà esibizione verranno poi raggiunti da Anneke Van Giersbergen, per un’inaspettata cover di “Everwake” degli Anathema.

Dopo di loro tocca alla sola Anneke estasiare gli astanti. Ancora oggi si fatica a perdonarle l’aver abbandonato i The Gathering per prestare la propria perfetta voce ad una musica ben più banale e scontata di quella che era solita accompagnare le sue melodie. La sua breve esibizione comprende anche un paio di estratti dalla sua ex-band, e vede a sua volta la partecipazione di alcuni membri degli Árstíðir sul finale.

Come già detto, il concerto dei Pain of Salvation, a tratti energico quanto uno show ‘elettrico’, è sembrato mettere d’accordo (quasi) tutti circa la validità della proposta. Altra sorpresa della serata è il duetto tra Daniel e Anneke, sulle note di “Help Me Make It Through The Night” di Kris Kristofferson (per il quale si sono evidentemente ispirati a questa versione), mentre l’apice viene raggiunto nella parte centrale, con le versioni stravolte in salsa swing/jazz/reggae di “Stress” e “Holy Diver” (Ronnie James Dio), un’esaltante “Disco Queen” e l’emozionante “Second Love”. Sul finale tutti i musicisti si presenteranno sul palco per la conclusiva “1979″, ma ancor prima giunge inattesa la cover del grande classico dei Kansas “Dust in the Wind”. E dopo il concerto, al di fuori del locale, già si mormorava che il prossimo album dei Pain of Salvation sarà sostanzialmente un lavoro acustico

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Setlist (Anneke Van Giersbergen):

My Electricity (The Gathering)
4 Years (Agua de Annique)
Time After Time (Cyndi Lauper cover)
Beautiful One (Agua de Annique)
Locked Away (The Gathering)
Circles
All I Want Is You (U2 cover)

Setlist (Pain of Salvation):

Falling Home
Diffidentia
Linoleum
Ashes
Help Me Make It Through The Night (Kris Kristofferson cover)
To the Shoreline
Holy Diver (Dio cover)
Stress
Disco Queen
Second Love
Iter Impius
Spitfall
The Perfect Element

Dust in the Wind (Kansas cover)
Chain Sling
1979

Antimatter + Vic Anselmo + Sundance, Blueshouse, Milano, 24.03.2013

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[Intervista] Sel Balamir – Amplifier

Sel Balamir

Sel Balamir, Milano, 6 febbraio 2013

Ricordo ancora bene quando ascoltai per la prima volta gli Amplifier, allora in formazione a tre. Pochi, e pure io lo ignoravo all’epoca, sanno che il gruppo debuttò nel lontano 2004 su Music For Nations, poco prima che questa chiudesse i battenti definitivamente. Era l’etichetta anche di Opeth, che traslocarono su Roadrunner, e Anathema, che avrebbero pubblicato un nuovo lavoro solo sei anni dopo su K-Scope (guarda caso, attuale casa discografica degli Amplifier!).

Non ricordo il giorno esatto, ma si trattava probabilmente di un lunedì sera qualsiasi dell’estate 2005, quando in diretta radiofonica, dagli studi di Radio Popolare di Milano, fu trasmesso – ed io ero in studio con il conduttore – il primo brano del loro omonimo debutto, intitolato “Motorhead”: un fulmine a ciel sereno, letteralmente, che giunse anche grazie alla ristampa di “Amplifier” da parte della SPV.

Circa un anno dopo mi ritrovai a scrivere per kronic.it, e quella con Sel Balamir, leader della band di Manchester, fu tra le mie primissime interviste; anche in questo caso ricordo… ricordo come per isolarmi dal resto della famiglia presente in casa allungavo il telefono sul balcone, inserivo il vivavoce e facevo partire il mini-registratore a cassette. Era il periodo del secondo disco, “Insider”, a cui seguirono poco dopo un tour da headliner con tappa all’ormai defunto Transilvania Live di Milano ed uno di supporto agli Opeth, che nel dicembre 2006 fece scalo al Live Club di Trezzo D’Adda. Temperature glaciali e nebbia fittissima completavano il quadro di un desolatissimo parcheggio disposto tra un capannone industriale, in cui si trovava il locale, e l’autostrada A4 Milano-Venezia.

Diversi anni sono poi trascorsi da quella serata, lunghi periodi di silenzio alternati ad una manciata di EP e brani che senza preavviso alcuno spuntavano su MySpace, fino alla pubblicazione del mastodontico “The Octopus” nel 2011: quattro lunghi anni di gestazione condensati in due ore di puro ‘Amplifier-sound’ che, volendoci affidare alle etichette all’unico scopo di offrire qualche coordinata ai neofiti, è un originale incrocio di hard & space rock, psichedelia e progressive.

Perché dunque questo lungo preambolo di memorie di fatti in gran parte trascurabili? Perché innanzitutto il termine “memoria” costituisce la chiave di lettura di “Echo Street”, quarto sigillo della band di Manchester, oggi un quartetto che tra le proprie fila vede l’ex-chitarrista degli Oceansize, Steve Durose.

A proposito di ricordi, Sel Balamir ancor oggi ricorda il gelido panorama di quel dicembre 2006, ed incredibilmente anche il nostro incontro di allora. Nel momento in cui inizia l’intervista è infatti lui a prendermi in contropiede, chiedendomi per primo come va, e cosa sia successo in questi lunghi anni.

La nostra precedente intervista risale al 2006, sinceramente non ho idea nemmeno io di come tu faccia a ricordarti di me.
Nemmeno io, curioso eh? Tutto ciò che ricordo è quel concerto in quel locale posto davanti ad un’autostrada…

Sì, si trattava della vecchia sede del Live Club, non è nemmeno a Milano come spesso riportato nell’elenco delle date dei tour, ma è a circa 40km di distanza. Era la vecchia sede del locale, una specie di capannone industriale abbandonato in cui è stato realizzato un locale. Un luogo che dà decisamente l’impressione di trovarsi sperduto nel nulla.

Non contento, il mastermind degli Amplifier tenta un secondo contropiede, chiedendomi quali fossero le mie aspettative su “Echo Street” nel momento in cui ho saputo che un nuovo album sarebbe stato presto pubblicato, e se il disco si fosse rivelato all’altezza di tali attese. In realtà non mi aspettavo un nuovo lavoro così presto. “The Octopus” era stato pubblicato dopo diversi anni di silenzio, ed era quindi prodotto da una grossa mole di materiale accumulata in tutto quel tempo. Indubbiamente gli Amplifier hanno un loro sound ben definiti, ed “Echo Street” contiene diversi episodi in cui quel trademark è perfettamente riconoscibile. Ma ci sono delle eccezioni, come in “Between Today & Yesterday”, brano che, come tu stesso affermi, si ispira ai CSN&Y.
Sì, in effetti decisamente diverso da quanto fatto in passato. Ma in termini di songwriting, l’impronta è sempre quella, e poi cantiamo sempre quelle solite vecchie strofe… sono sempre io l’autore di tutta la musica, anche ora che nella band abbiamo due nuovi elementi, incluso l’ex-chitarrista degli Oceansize. Tornando a “Between Today & Yesterday”, quella canzone è anche una pura e semplice celebrazione del canto. Steve è un grande cantante, le sue armonizzazioni vocali erano fondamentali negli Oceansize. Lo è anche il nostro nuovo bassista. Cantare tutti e tre insieme nello stesso brano… non era mai stato possibile farlo in passato, c’ero solo io al microfono.

Echo Street album cover

Echo Street (2013)

Cosa puoi dirmi riguardo all’immagine di copertina?
Se potessi identificare “Echo Street” con un solo termine, quello sarebbe ‘ricordi’, questa è l’impressione che ho del disco; quella bambina ritratta nella foto della copertina ha un significato importante per me, e mi piace pensare che in qualche modo ciascun ascoltatore possa interpretare quell’immagine a modo suo. Se poi avrai modo di recuperare l’intero artwork dell’edizione speciale dell’album, vedrai che c’è un intero libro di fotografie che ho raccolto negli ultimi 20 anni, foto di persone che in alcuni casi non sono più vive oggi. Non provengono dal mio personale album di famiglia, si tratta solo di immagini in cui mi sono imbattuto e che hanno catturato la mia attenzione.

Leggo infatti nelle note promozionali che vi sarà una graphic novel a corredo di “Echo Street”.
È in sostanza un libro che ho realizzato, e che racconta a mio modo quel concept sui ricordi a cui accennavo prima.

Possiamo quindi considerare “Echo Street” un concept album?
Per me in sostanza ogni disco lo è, nel senso che è inevitabile scrivere, registrare e mettere insieme delle canzoni facendo in modo che queste convivano sullo stesso supporto nel miglior modo possibile. Quando “Echo Street” è stato completato ancora non sapevo cosa sarebbe finito in copertina, ma solo che l’avrei trovata tra tutte le immagini che avevo catalogato in passato. Realizzare un disco significa individuare una serie di frammenti che danno l’idea di stare bene insieme; anche senza chiederti troppo il perché, non è matematica questa, è sufficiente la sensazione che ciò che si fa ha un senso. È esattamente quello che ho fatto io: raccogliere quelle immagini che completano il quadro fornito dalla musica e dai testi.
A proposito dei testi, anche in questo caso io trovo che non sia indispensabile attribuirgli un preciso significato; qui si parla di sensazioni, qualcosa che solitamente è molto difficile esprimere a parole.

In effetti, a proposito di parole e del loro significato, temo che tu debba spiegarmi meglio il senso della tua ultima affermazione.
Quello che voglio dire è che, parlando di ciò che ha a che fare con la musica, tendo a non essere mai diretto o specifico, il mio compito consiste nel raggruppare elementi che nell’insieme possano comunicare determinate sensazioni. Tornando all’immagine di copertina: “Echo Street” non è un album che parla della bambina nella foto, né racconta la sua vita o le sue avventure, né io l’ho mai conosciuta personalmente. Tutto questo è irrilevante, ciò che importa è cosa quell’immagine e quella bambina rappresentino per me o per te ad esempio; visioni diverse indubbiamente, ma che sono convinto abbiano tra loro qualcosa in comune. Lì è l’essenza di tutto.

Cosa ti ha spinto a raccogliere tutte queste vecchie immagini piuttosto che qualsiasi altra cosa?
Credo che vi sia qualcosa di emozionante nel vedere fotografie di persone sconosciute, nell’immaginarsi che vita conducessero qualche decennio fa; quando guardo alcune foto della mia famiglia che risalgono allo stesso periodo mi sembra di scorgere alcune cose in comune con quegli sconosciuti. Il fatto che si trattasse di foto di persone sconosciute faceva sì che potessi individuare qualcosa che le accomunasse, indipendentemente da barriere culturali dettate dalla loro provenienza; e questo per me ha rappresentato uno stimolo nel momento in cui ho composto i brani di “Echo Street”.

Nei tuoi brevi commenti alle canzoni dici che “Paris in the Spring” parla dell’occupazione nazista della capitale francese.
Sì, in parte è così, ma quel brano è stato parecchio rielaborato nel tempo. Ho ancora delle visioni nella mia mente che mi ricordano la genesi iniziale di quella traccia, in seguito modificata in base a ciò che altre immagini mi hanno comunicato. Il songwriting è un processo fluido, che cambia da un giorno all’altro; scriviamo la stessa cosa quattro/cinque volte, ma l’ultima aggiunge sempre qualcosa rispetto alle precedenti. Il tema centrale di “Paris in the Spring” è decisamente l’occupazione nazista della città e, curiosamente, nel periodo in cui avevo quasi terminato di comporre quel brano, in televisione ho visto un servizio che riguardava una donna uccisa dai soldati tedeschi in quanto aveva partecipato attivamente alla Resistenza: quell’evento mi aiutò a trovare l’ispirazione finale per chiudere il pezzo.
Io credo che certe cose non accadano mai per caso, ed io non ignoro mai qualsiasi input esterno, piuttosto lo interpreto come un messaggio, un aiuto.

L’edizione speciale di “Echo Street” comprenderà anche un EP bonus di quattro brani, tale “The Sunriders EP”. C’è un motivo specifico per cui tali brani sono stati scartati dalla versione standard del disco?
In sostanza, il vero motivo per cui è quell’EP esiste è che volevamo a tutti i costi avere una special edition dell’album, visto il successo riscosso da quella realizzata in seguito per “The Octopus”, e per farlo bisognava arricchire il tutto con dei contenuti visuali. Purtroppo il tempo per creare un libro di 120 pagine non l’ho proprio avuto! Musicalmente si discosta in parte dal nostro tipico sound, ma almeno un paio di tracce potrebbero tranquillamente far parte di “Echo Street”. Poco importa, ci penseranno gli ascoltatori a decidere se anche l’EP sarà all’altezza delle aspettative.

Amplifier - The Octopus

The Octopus (2011)

Ricordo molto bene come “The Octopus” fosse un album completamente autoprodotto, nonché quella sorta di dichiarazione di indipendenza dai classici schemi dettati dal mercato musicale. Ma se il disco ha effettivamente venduto molto, come mai non proseguire lungo la medesima strada, anziché affidarsi ad un’etichetta discografica?
Perché siamo arrivati ad un punto di saturazione tale per cui non eravamo più in grado di gestire la cosa da soli, e non potevamo più produrre e vendere dischi direttamente dal garage di Matt [Brobin, batterista]. Avremmo dovuto smettere di essere una band e diventare noi stessi un’etichetta, con tanto di manager, direttori di marketing, uffici personali e così via. Ora le cose stanno così: noi, la Ampcorp, per poter diffondere maggiormente il nostro prodotto lo diamo in licenza all’etichetta – la K-Scope – e in cambio utilizziamo i loro uffici e i loro strumenti, o paghiamo persone per farlo, dato che il mio lavoro è quello del musicista. La differenza rispetto al passato è che in precedenza eravamo molto inesperti a riguardo; ora i rapporti tra noi e l’etichetta sono molto diversi, fermo restando che la nostra indipendenza è garantita: sono loro a doverci chiedere un parere e non possono agire senza il nostro consenso.

Amplifier - Insider

Insider (2006)

Devo quindi assumere che con la SPV, con cui avete ristampato “Amplifier” e pubblicato “Insider”, le cose non siano andate troppo bene.
Assolutamente, è stato terribile. Come lo è in generale nei rapporti tra un artista e l’etichetta discografica, c’è un forte distacco tra le due realtà, e tu in sostanza puoi solo sottostare ai loro ordini, dato che sono loro a vendere i tuoi dischi. Una volta pubblicato “The Octopus” abbiamo capito che in fondo qualche possibilità di scegliere ce l’avevamo anche noi, inclusa la possibilità di scegliere con chi lavorare per far crescere gli Amplifier. Credo che i ragazzi della K-Scope siano quelli giusti e, fattore assolutamente non trascurabile, penso che la nostra musica gli piaccia veramente. Ma so bene che qualunque etichetta è pronta a dirti “Vi adoriamo, amiamo la vostra musica”, perciò staremo a vedere. Sono fiducioso, ma come dicevo prima: possiamo permetterci di scegliere, e quando puoi scegliere hai il potere di decidere del tuo futuro.

Quanto a libertà artistica, credo che voi non vi siate mai avvalsi dell’apporto di un produttore esterno.
Molti gruppi necessitano di una figura del genere, ma noi no. Ad essere sinceri, non siamo mai stati una band a cui affibbiare un produttore, non siamo quel genere di formazione da plasmare e rendere più pop, quello succede nel caso in cui la tua label abbia aspettative da classifica. Ma gli Amplifier non hanno mai fatto tendenza, e non hanno mai avuto bisogno di qualcuno che dicesse loro come devono suonare.
Ricordo ancora una discussione che avevo avuto con una donna che lavorava alla SPV riguardo l’ordine delle tracce sul nostro primo CD. Ebbene, le ho spiegato esattamente perché l’ordine dei brani dovesse essere quello che volevo io e nessun altro; al ché mi rispose:”Ok, non sono d’accordo con la tua opinione, ma la rispetto”. In sintesi, è difficile combattere contro chi è dotato di un’identità forte e precisa, e credo che quella degli Amplifier sia decisamente… scolpita nella roccia!

Per quanto mi riguarda, trovo che a livello di sonorità lo sia senza dubbio; a quanto pare lo pensano anche molti altri, che dichiarano di riconoscere il vostro imprinting musicale nella canzone “Matmos”, quella che potremmo definire il ‘singolo di lancio’ di “Echo Street”.
Questo è molto importante per noi, e aggiungo: onesto. L’integrità è per me la qualità più importante, sicuramente accomuna tutta la musica che adoro. Non mi piace ciò che viene realizzato a tavolino… o meglio, non necessariamente lo disprezzo, ma non gli do lo stesso peso che darei a qualcosa di genuino e onesto.

Per concludere: cosa è successo nei cinque lunghi anni che hanno separato la pubblicazione di “Insider” e “The Octopus”?
Scaricati dalla nostra etichetta discografica, ci siamo semplicemente ritirati nelle nostre stanze a suonare. Per almeno diciotto mesi non abbiamo fatto altro che bere, fumare marijuana e jammare. È stato meraviglioso!

Ma come sopravvive un musicista ad un lungo periodo di inattività discografica e concertistica?
Nella maniera in cui sopravvivono tutti i musicisti, fatta di benefici statali e di famiglie che ogni tanto ci rivolgono qualche attenzione; a volte lavoriamo come crew di altri gruppi per i loro concerti… e non c’è molto altro da aggiungere. Trovo interessante come certe persone non riescano ad immaginare un’esistenza senza un lavoro, perché a mio parere se hai una volontà forte puoi ottenere ciò che desideri. Conosco parecchie persone che hanno abbandonato l’attività di musicista per tornare davanti alla scrivania di un ufficio, per potersi permettere una casa migliore, un bel televisore ed una macchina, ed ancora oggi penso che in realtà non possiedono nulla. Vivere a modo nostro, non dico sia semplice, poiché in tal caso chiunque smetterebbe di lavorare; il mio punto è: se vuoi qualcosa, troverai un modo per ottenerla.
La differenza sta nel fatto che a volte non puoi fare certe cose solo per puro piacere, ma perché devi, e questo è il nostro caso, non lo facciamo per divertimento. Conosco chi ha la possibilità di poter godere del solo fatto di suonare in un gruppo, sarebbe un sogno per me, ma non posso permettermelo. Quindi, noi Amplifier dobbiamo rendere il nostro essere musicisti un’attività di successo, qualsiasi significato quest’ultima espressione possa avere.

Possiamo dire dunque che questa è la tua ambizione personale?
Yeah! A pensarci bene non è nemmeno ambizione, è una vera e propria malattia. È un’ossessione, ed una terapia al tempo stesso. Ho sempre desiderato essere un musicista, perché credo che questo mi renda una persona migliore e più riflessiva. Se non avessi intrapreso questa strada, sarei oggi indubbiamente un individuo completamente diverso.

Sahg, Arci Lo-Fi, Milano, 11.03.2013

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